Rimedi alla crisi secondo Jeffrey Sachs

Rimedi alla crisi secondo Jeffrey Sachs

La cosa preoccupante è che Jeffrey Sachs, dopo essersi fatto una reputazione salvando le economie del mondo in via di sviluppo, abbia sentito la necessità di dedicare il suo nuovo libro ai guai degli Stati Uniti. Quella incoraggiante è che vede una via d’uscita, per gli Usa come per l’Europa, a patto di rivoluzionare la nostra società, prima che la crisi la spazzi via.

Il libro del direttore dell’Earth Institute della Columbia University e consigliere del segretario generale dell’Onu si intitola “The Price of Civilization”, ed esce il 4 ottobre.  Un intervista alla Stampa.

Professor Sachs: perché, secondo lei, il sistema capitalistico che ha fatto degli Stati Uniti l’unica superpotenza al mondo non funziona più?

«Sul piano economico, perché da Reagan in poi abbiamo perso l’equilibrio indispensabile tra pubblico e privato. Entrambi i partiti pensano solo a ridurre le dimensioni dello Stato, non solo i repubblicani dei Tea party, che sono estremisti di mezza età preoccupati di perdere il loro primato sociale. Ma nei settori chiave dell’economia moderna come l’istruzione, la ricerca e le infrastrutture, se non investe il governo non lo fa nessuno. Sul piano politico, poi, il problema è che siamo diventati una “corporationcrazia”: le grandi aziende che finanziano le campagne elettorali decidono anche le politiche, creando enorme squilibrio tra ricchi e poveri. Sul piano sociale, invece, siamo schiavi del consumismo, alimentato dalla tv e dai media, che ci spingono a comportamenti irrazionali».

La crisi del debito americano non si risolve tagliando?

«Impossibile. Ho fatto i conti: anche se tagliassimo tutti i programmi sociali che i repubblicani vogliono eliminare, resterebbe comunque un buco pari a circa il 6% del pil americano. E’ indispensabile alzare le tasse per le aziende e i più ricchi, quell’1% di americani che possiede più ricchezza del restante 90% a partire dal basso».

Le pare possibile imporre scelte del genere?

«Se vogliamo ripartire, dobbiamo cambiare radicalmente la nostra società. Dobbiamo rifiutare il consumismo, ritrovare i valori di responsabilità sociale, guardare meno tv che ci incita a soddisfare tutte le nostre debolezze. E’ difficile, perché ci sono imperi come quello di Murdoch che esistono proprio per alimentare questo modello, ma l’alternativa è il precipizio».

Durante la campagna elettorale Obama leggeva i suoi libri, ora lei lo considera un presidente di transizione: perché?

«Ha avuto una grande opportunità: è arrivato alla Casa Bianca in un momento di crisi, con una maggioranza e un mandato forte. Poteva cambiare l’America, smantellando il sistema delle lobby foraggiate dagli interessi delle grandi corporation. Non lo ha fatto, perché in fondo anche lui era stato finanziato da Wall Street. Le sue differenze rispetto a Bush, su temi centrali come le tasse, le regole per la finanza, la sanità, la guerra, sono state minime».

Lei propone la creazione di un terzo partito, l’Alliance for the Radical Center: le pare che ci sia spazio?

«Sono convinto che molti americani siano stanchi di questo sistema dominato dalle lobby, che produce solo diseguaglianza e crisi. Se qualcuno si presentasse con l’intenzione di svincolarsi davvero dai finanziamenti delle corporation, credo che avrebbe un grande seguito».

Perché i rimedi contro la crisi adottati finora dalla Fed e dal governo non hanno funzionato?

«Perché cerchiamo di risolvere con interventi macroeconomici quello che invece è un problema strutturale. Bisogna cambiare modello. Per rilanciare la crescita e l’occupazione dobbiamo investire nelle infrastrutture, la ricerca, l’istruzione, l’ambiente e le energie rinnovabili. Bisogna ridurre la spesa militare, che ha raggiunto un trilione all’anno, e puntare su una politica di sicurezza nazionale basata anche sul soft power e sugli aiuti per lo sviluppo. Dobbiamo rieducare la nostra manodopera non più qualificata, che non può competere con quella asiatica; riportare a scuola i ragazzi che l’hanno abbandonata; prendere più vacanze e dividere le ore di lavoro disponibili tra più persone».

Anche l’Europa ha gli stessi problemi?

«Avete un’economia a tre strati: al Nord le socialdemocrazie efficienti della Scandinavia; al Centro Paesi incerti tra questo modello e quello liberale, come Germania e Francia; e al Sud Grecia, Italia, Spagna, Portogallo, rovinate dall’evasione fiscale».

Cosa dobbiamo fare con l’euro?

«E’ obbligatorio salvarlo, non avete scelta: per ragioni economiche, altrimenti scoppia una devastante recessione mondiale; e per ragioni politiche, perché se salta la moneta unica tornano i fantasmi degli Anni Trenta».

Come lo salviamo?

«Smettetela di insultare la Grecia, ché tanto non serve a nulla, e applicate subito l’accordo del 21 luglio. Poi rendete più flessibile il fondo Efsf e mobilitate tutte le risorse finanziarie necessarie ad evitare il collasso, eurobond inclusi».


Nel suo libro lei scrive che i “Millennials”, ovvero la generazione tra 15 e 29 anni d’età, potrebbe salvare l’America perché ha la mentalità radicale che lei favorisce.

«Attenzione a non deluderli, però. Sono molto preparati, svegli, appassionati, ma se continueremo ad escluderli non dovremo stupirci di vedere fenomeni come le proteste dal Cairo anche a New York».

E quando parla dei fantasmi degli Anni Trenta cosa intende?

«Non mi auguro certo di rivedere quello che accadde in Germania e Russia, ma se salta l’euro, l’America continua a dividersi e finisce in mano ad un altro avventuriero come Bush, la Cina viene trattata come una minaccia e la povertà cresce ancora, può succedere di tutto. E’ venuto il momento della responsabilità, della coscienza e dell’etica, se vogliamo evitare che la nostra società esploda».

© La Stampa

05 October, 2011